
L’alleanza tra nazismo e Islam è stata anche militare e di grande importanza. Fare luce su questa fase precedente è essenziale per spiegare perché il Medio Oriente divenne la destinazione dei criminali nazisti.
La formazione delle SS musulmane
In piena guerra, decine di migliaia di musulmani dei Balcani vennero reclutati nelle Waffen-SS, le truppe d’élite del Terzo Reich. L’obiettivo dichiarato da Himmler era chiaro: mostrare al “mondo maomettano” che il Reich era pronto a combattere i “nemici comuni del nazionalsocialismo e dell’islam”, cioè gli ebrei.
La più grande unità creata in questo senso fu la 13a Divisione da Montagna Waffen-SS, chiamata “Handžar” (sciabola). Dal febbraio del 1943, reclutatori tedeschi arruolarono circa 20.000 musulmani bosniaci, presentati dalla propaganda croata come “guerrieri contro il bolscevismo e l’ebraismo”. La maggior parte erano volontari e la divisione venne addestrata prima nel sud della Francia e poi in Slesia. Qui ricevette la visita di Himmler e di Hajj Amin al-Husseini.
Il Gran Muftì ispezionò le truppe musulmane e le arringò. La rivista Wiener Illustrierte pubblicò, in seguito, un servizio fotografico, spiegando ai lettori che i musulmani avrebbero combattuto nelle SS con “fede fanatica nel cuore”, sapendo che “solo al fianco della Germania” avrebbero potuto “preservare la loro libertà di fede e di vita”. Nel febbraio 1944, l’Handžar venne inviata nei Balcani per operazioni antipartigiane e qui si guadagnò una terribile fama. Un ufficiale britannico di stanza nella zona scrisse: “Si comporta bene in territorio musulmano, ma nelle aree popolate dai serbi, massacra tutta la popolazione civile senza pietà, senza riguardo per età o sesso”. Altre testimonianze descrivono esecuzioni sommarie e sadismo.
All’interno delle Waffen-SS vennero poi create altre due divisioni musulmane: la 21a Divisione “Skanderbeg”, composta da soldati albanesi e che operò in Kosovo e nell’Albania settentrionale e la 23a Divisione “Kama”, costituita nel giugno 1944 ancora una volta con soldati musulmani bosniaci.
Occorre tenere a mente che queste divisioni erano parte integrante dell’esercito nazista, tanto che i soldati musulmani giuravano fedeltà a Hitler stesso. Sul capo avevano il fez con la mezzaluna verde del Profeta e sul colletto dell’uniforme lo stemma delle SS e la svastica. Ed erano tenuti in alta considerazione dai loro omologhi tedeschi, tanto che Berger, un alto ufficiale delle SS, dichiarò che i musulmani erano “tosti come le migliori divisioni tedesche all’inizio della guerra”.
La scelta di Heinrich Himmler di creare una divisione delle Waffen-SS composta interamente da musulmani bosniaci si inseriva in un contesto politico e militare ben preciso: la Bosnia-Erzegovina faceva parte dello Stato Indipendente di Croazia, entità creata dai nazisti dopo l’invasione della Jugoslavia nel 1941 e affidata al regime ustascia, movimento fascista croato alleato dell’Asse. La Bosnia era una terra complessa, attraversata da profonde fratture religiose ed etniche, dove i serbi ortodossi, i croati cattolici e i musulmani bosniaci convivevano in un equilibrio fragile. I musulmani bosniaci erano circa un milione e in quel contesto, segnato dalla guerra civile e dall’occupazione, Himmler individuò un bacino di reclutamento sfruttabile.
Studiò con attenzione la questione. Nella sua visione ideologica e strumentale, i musulmani bosniaci presentavano caratteristiche utili al Reich: erano anticomunisti, perché i partigiani jugoslavi di Tito li combattevano; erano antisemiti ed erano abituati alla violenza e a battersi con durezza. Tuttavia, Himmler era consapevole che il reclutamento non poteva essere soltanto militare, serviva una legittimazione religiosa. Al-Husseini si configurò come l’uomo adatto per convincere i musulmani bosniaci che combattere per la Germania nazista era una causa in linea con l’Islam.
Nel 1943, al-Husseini andò in Bosnia per visitare le moschee e parlare con gli imam e i notabili musulmani. Presentò la Germania come amica dell’Islam, Adolf Hitler come sincero estimatore dell’Islam e le SS come un’élite capace di difendere la libertà del popolo musulmano bosniaco. Nei suoi discorsi affermò che combattere contro i serbi comunisti, contro i partigiani di Tito e contro gli ebrei fosse un dovere religioso, una jihad benedetta da Allah. Dopodiché, al-Husseini fece visita alla divisione Handschar e nel discorso rivolto ai soldati, affermò che il Corano indicava gli ebrei come nemici dei musulmani e sostenne che tra Islam e nazionalsocialismo c’erano molti punti di contatto: lotta, disciplina, cameratismo, obbedienza al comando. Dichiarò di vedere nella divisione una manifestazione concreta di entrambe le ideologie unite nella stessa causa.
L’obiettivo iniziale del reclutamento era di circa ottomila uomini, ma alla fine dell’anno la nuova unità contava oltre ventunomila soldati. Gli ufficiali erano tedeschi, truppa e sottufficiali erano in larga parte bosniaci. Himmler concesse a questa divisione privilegi religiosi mai accordati prima a un’unità delle SS: ogni reggimento aveva un mullah, ogni battaglione un imam; i soldati potevano pregare cinque volte al giorno, il cibo era halal e il copricapo distintivo era il fez verde musulmano. Hitler intervenne personalmente per garantire questi privilegi, tanto che il 6 agosto 1943 emanò una direttiva secondo la quale nessun volontario musulmano doveva essere molestato o offeso per la propria fede. Fu un’eccezione nell’ideologia razziale del regime, ma rispondeva all’esigenza di sostenere la motivazione dei soldati.
A Dresda, Himmler fece persino di più: progettò di istituite una scuola speciale per la formazione dei mullah destinati alle unità musulmane delle SS. In questa scuola si sarebbe insegnata una teologia islamica rielaborata in chiave nazista, basata sulla condanna degli ebrei, sulla jihad come dovere permanente, sull’identificazione tra obbedienza al Führer e obbedienza ad Allah. Himmler immaginava un futuro in cui centinaia di migliaia di musulmani avrebbero combattuto per il Reich, guidati da leader religiosi formati secondo questa sintesi ideologica. Un progetto che non vide mai la luce perché, di lì a poco, la Germania avrebbe perso la guerra.
Le SS musulmane sul campo
Le divisioni musulmane delle Waffen-SS si resero protagoniste di alcuni tra i crimini più efferati della Seconda Guerra Mondiale. Se ne parla sempre poco; fatti inghiottiti nel nulla quando, invece, rappresentano uno dei capitoli più violenti della collaborazione tra nazismo e fanatismo religioso islamico.
La Handschar: l’Operazione Wegweiser
Il battesimo del fuoco avvenne nel marzo 1944 in Sirmia, con l’Operazione Wegweiser (Segnale stradale), progettata per ripulire la foresta di Bosut dai partigiani di Tito che minacciavano la ferrovia Zagabria-Belgrado. Quando la divisione entrò nella zona operativa, i partigiani si ritirarono verso sud-est evitando lo scontro diretto. A quel punto, la Handschar si accanì contro i civili inermi: secondo le testimonianze raccolte dagli storici Vladimir Dedijer e Antun Miletić, 223 civili serbi furono uccisi a Bosut, 352 a Sremska Rača e 70 a Jamena, per lo più anziani, donne e bambini. L’intero villaggio di Sremska Rača fu dato alle fiamme.
Pasqua di sangue: i massacri nella Bosnia orientale
Tuttavia, il teatro principale delle atrocità compiute dalla Handschar fu la Bosnia nord-orientale. Qui, la brutalità raggiunse il suo apice nei villaggi della regione di Lopar, durante la Pasqua ortodossa del 1944. Di fronte alla Commissione statale iugoslava istituita per perseguire i crimini di guerra, un testimone dichiarò: «Dopo aver ucciso i partigiani, la divisione SS arrestò 218 serbi — uomini, donne e bambini — degli abitati di Jablanica, Mačkovci, Tobut, Vukosavci e Lopar. Quando scese la notte, al terzo giorno della Pasqua ortodossa, verso le 21:00, iniziò il massacro. Con le mani legate dietro la schiena con il filo di ferro, i membri della Handschar prendevano i serbi uno per uno, mettevano loro il cappio al collo e li issavano sul ramo di un tiglio».
Da non tralasciare, ovviamente, la persecuzione degli ebrei. Tra il 1943 e il 1944, diverse unità della Handschar portarono a termine il rastrellamento, la deportazione e nell’assassinio degli ebrei in Bosnia, Croazia e Ungheria. Assassinarono circa 12.600 ebrei, oltre il 90% dell’intera popolazione ebraica della regione. Nel settembre 1943, altre unità della divisione si occuparono del rastrellamento degli ebrei di Sarajevo: i superstiti raccontarono successivamente di soldati con il fez che urlavano slogan religiosi mentre trascinavano le famiglie fuori dalle abitazioni.
La Skanderbeg e la notte di Pristina
Se la Handschar fu il principale strumento di terrore in Bosnia, in Kosovo la violenza portò il nome della 21ª Divisione Waffen-Gebirgs-Division der SS Skanderbeg, composta in prevalenza da albanesi musulmani del Kosovo e dell’Albania, nel frattempo formata per ordine di Himmler nell’aprile del 1944. Nella notte tra il 13 e il 14 maggio del 1944, a Pristina, i reparti della divisione diedero il via al rastrellamento degli ebrei, facendo irruzione nelle loro abitazioni. Josip Levi, un sopravvissuto alla deportazione, testimoniò: «Il rastrellamento iniziò a mezzanotte e si concluse verso le otto del mattino. La divisione SS Skanderbeg era composta da albanesi del Kosovo e della Metohija, ma gli ufficiali erano tedeschi. Ci catturarono in base agli indirizzi forniti dall’amministrazione civile fascista albanese».
In quella sola notte, furono arrestati 281 ebrei, deportati poi a Bergen-Belsen. Lo storico Noel Malcolm ha definito questo evento «l’episodio più vergognoso della storia del Kosovo durante la guerra». La Skanderbeg catturò complessivamente 510 tra ebrei, comunisti e antifascisti, consegnandoli poi nelle mani autorità tedesche.
Il bilancio e la memoria negata
Il bilancio complessivo dei crimini delle SS musulmane in Iugoslavia è impressionante: la sola Handschar fu accusata nel dopoguerra della morte diretta di almeno 2.000 civili, mentre la sua partecipazione alla macchina dello sterminio ebraico causò oltre 12.000 vittime. La Skanderbeg, sebbene sia stata attiva solo pochi mesi, prima di sciogliersi per le diserzioni di massa a partire dal novembre del 1944, lasciò un segno indelebile nella memoria della comunità ebraica kosovara.
Nel 1945 la divisione Handschar fu sciolta. Molti dei suoi membri tentarono di fuggire, ma numerosi furono catturati dai partigiani di Tito e giustiziati sommariamente. Altri riuscirono a tornare in Bosnia e afar perdere le proprie tracce.
Il processo di Norimberga dichiarò le Waffen-SS un’organizzazione criminale nel suo insieme. Trentotto soldati della Handschar furono processati per crimini di guerra: sette vennero giustiziati, gli altri condannati a pene fino all’ergastolo, ma rilasciati già entro il 1952. Molti veterani, mai processati, emigrarono in Medio Oriente, portando con sé metodi e ideologie che avrebbero influenzato i nascenti movimenti paramilitari della regione.
Questa storia rimane scomoda per diverse ragioni. Decostruisce la narrativa di un Islam balcanico moderato e tollerante, dimostrando come la propaganda religiosa — orchestrata in larga parte da al-Husseini e trasmessa con gli imam militari addestrati in Germania — riuscì a sacralizzare la violenza, presentandola come un dovere coranico. Ancora più disarmante è il fatto che, ancora oggi, in Kosovo esistono strade e monumenti dedicati ai membri della Skanderbeg, mentre i 281 ebrei di Pristina assassinati nel 1944 sono ancora in attesa di un riconoscimento ufficiale.
Il 1948: la guerra agli ebrei cambia continente
La guerra contro Israele, nato nel maggio del 1948, è la prosecuzione di quello stesso conflitto. Le competenze naziste in tema di propaganda antiebraica, organizzazione militare e intelligence vennero impiegate tali e quali contro i superstiti dei campi di sterminio che avevano trovato riparo la Palestina. Un paradosso crudele: coloro che pensavano di essere scampati alla furia nazista, si ritrovarono a combattere per la propria esistenza contro gli stessi nemici: fanatici islamici e nazisti mai perseguiti. Ecco allora che la continuità ideologica diventa quanto mai evidente: lo sterminio sistematico degli ebrei in Europa, interrotto con la caduta della Germania e la fine della guerra, si rinvigoriva con un nuovo obiettivo: la distruzione di Israele.
Il ponte tra Berlino e il Medio Oriente era stato costruito attraverso la propaganda e consolidato sulla collaborazione militare dei musulmani europei nelle Waffen – SS. Al centro, la figura di al-Husseini che, ancora una volta, si dimostra una personaggio storico tutt’altro che marginale. Ecco perché i nazisti migrarono in Medio Oriente dopo aver perso la guerra: anche se in chiave culturale autoctona, quel territorio era stato plasmato a immagine del Reich e quindi lì avrebbero potuto continuare a impiegare le proprie competenze per perseguire gli stessi obiettivi, non ultimo lo sterminio degli ebrei, adesso concentrati in una realtà statuale.






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