Free4Future

Le frontiere si chiudono, si spalanca l’abisso

Gli Stati europei, prima e durante la Shoah, adottarono politiche di chiusura coordinate o parallele che ridussero drasticamente la possibilità di salvarsi. I valichi non divennero vie di salvezza ma parte del meccanismo di deportazione.

Come si apprende dagli episodi meglio documentati, tra il 1938 e il 1944 i respingimenti via terra, distribuiti sui confini di più paesi europei, coinvolsero decine di migliaia di ebrei. In quasi tutti i casi, il respingimento equivalse a un ritorno nelle mani di chi stava organizzando la persecuzione e lo sterminio. Ciò che emerge dalle fonti è un quadro omogeneo: gli Stati europei, prima e durante la Shoah, adottarono politiche di chiusura coordinate o parallele che ridussero drasticamente la possibilità di salvarsi. I valichi non divennero vie di salvezza ma parte del meccanismo di deportazione.

Questo processo era iniziato già prima della guerra. Nell’ottobre 1938, la cosiddetta “Polenaktion” (Azione Polacca) è ricordata come la prima espulsione di massa di ebrei dalla Germania. Circa 17.000 persone con cittadinanza polacca vennero “caricate” dal Reich su convogli speciali e “scaricate” in diverse località poste lungo il confine con la Polonia, tra cui Zbąszyń. Visto il disinteressamento del governo polacco, migliaia di profughi rimasero bloccati per mesi in una fascia di terra di nessuno, senza possibilità di avanzare o retrocedere. Quasi tutti, alla fine, furono deportati.

Nel 1938, la Svizzera aveva cominciato a operare una politica di controllo sull’ingresso degli ebrei nel paese, introducendo un timbro speciale, una “J”, apposto sui documenti. Tra il 1939 e il 1942, le politiche restrittive contro i profughi ebrei aumentarono e le migliaia di persone che raggiunsero il confine svizzero, vennero bloccate e rimandate indietro. Nel 1942, mentre la deportazione sistematica era già in corso, la politica divenne ancora più severa: intere famiglie vennero rifiutate ai valichi e, per questo, condannate alla deportazione verso i lager nel giro di poche settimane.

Allo scoppio della guerra, anche la Francia respinse migliaia di profughi ai valichi. Molti vennero internati nei campi di concentramento di Gurs e Saint-Cyprien e, con l’instaurazione del regime di Vichy, le pratiche di respingimento si intrecciarono con le consegne dirette di “carichi” di ebrei alle autorità tedesche. 

Anche in Spagna le cose non andarono meglio. Tra giugno e novembre del 1940, vennero respinti quasi tutti i profughi privi di visto, compresi quelli che volevano raggiungere il Portogallo, costringendo molti a tornare in Francia e da dove vennero deportati nei mesi successivi.

Dal 1941, in Europa orientale il respingimento assunse forme ancora più estreme. Ungheria, Romania e Croazia espulsero migliaia di ebrei verso i territori già sotto il controllo tedesco. Il caso più grave fu quello di Kamenets-Podolskij, nell’Ucraina occidentale, occorso dopo l’occupazione tedesca nell’agosto del 1941. Ebrei polacchi e russi, e anche altri che erano fuggiti dall’Europa occidentale e avevano cercato riparo in quelle zone, furono tutti deportati. Circa 18.000 persone furono consegnate ai tedeschi e quando infine giunsero, dopo una marcia estenuante, a Kamenets-Podolskij vennero assassinati in massa. Le vittime totali, che compresero anche la popolazione ebraica locale, furono poco meno di 24.000.

Tra il 1943 e il 1944, la situazione lungo il confine alpino italiano rifletté il collasso dell’Europa occupata. Dopo l’armistizio dell’8 settembre del ‘43, la zona del sud-est della Francia, precedentemente controllata dall’Italia, passò in mano tedesca. Ancora una volta, e nonostante le restrizioni, migliaia di persone cercarono di raggiungere la Svizzera attraverso i valichi montani. Almeno 3000 vennero respinte. L’esempio più emblematico della tragicità di questi respingimenti italiani via terra è quello di Borgo San Dalmazzo, vicino Cuneo. Il 21 novembre del 1943, 329 profughi ebrei, fuggiti dalla Francia, furono fatti uscire dal campo di concentramento allestito nei pressi della cittadina e portati alla stazione per essere messi su vagoni merci. Prima fermata, il campo di concentramento di Drancy, in Francia. Ultima fermata, Auschwitz. Di quei 329 ebrei, ne sopravvissero 18.

L’insieme di questi episodi, distribuiti su tutta la geografia europea, mostra che i respingimenti via terra non furono eccezioni, ma una componente stabile della persecuzione. Prima e durante la Shoah, la chiusura dei confini europei privò un numero molto alto di persone dell’unico margine di sopravvivenza che ancora esisteva: la possibilità di attraversare un valico.

free4future

Add comment