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La Spezia, porta di Sion

Il Golfo di La Spezia divenne uno dei principali snodi dell’emigrazione ebraica verso la Palestina mandataria

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Golfo di La Spezia divenne uno dei principali snodi dell’emigrazione ebraica verso la Palestina mandataria. Venne scelto proprio per la combinazione di fattori geografici, politici e umani che lo rendevano il luogo perfetto per imbarcare migliaia di sopravvissuti alla Shoah. Tra il ‘46 e il ‘48, da questo tratto di costa partirono decine di navi, sia legalmente sia clandestinamente. Per la memoria collettiva e, soprattutto, per Israele, La Spezia fu ribattezzata con il nome di “la Porta di Sion”. 

Nel maggio del ‘46, nel porto di La Spezia erano pronti a salpare due imbarcazioni: la Fede e la Fenice. A bordo un totale di 1.014 ebrei, in larga parte sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti e provenienti dai DP Camps. Le due navi erano pronte, ma la Gran Bretagna – potenza occupante sia in Italia sia in Palestina – sbarrò l’uscita dal porto con le proprie unità navali. Londra temeva che le partenze alimentassero le tensioni con il mondo arabo e superassero le quote d’ingresso fissate dal Libro Bianco: 75.000 ebrei in cinque anni, un numero ormai largamente insufficiente rispetto alla realtà del dopoguerra.

Il blocco trasformò il porto spezzino nell’epicentro di una crisi internazionale. I profughi rimasero per settimane sulle banchine dove iniziarono uno sciopero della fame. I giornalisti di tutto il mondo arrivarono per documentare la protesta in atto, mentre la popolazione locale dimostrò un’umanità commovente, quando iniziò a portare cibo, coperte e a fornire assistenza ai profughi.

Un ruolo decisivo fu, però, svolto dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale, incendiata dalla visita di Harold Lasky, presidente dell’esecutivo del Partito Laburista britannico, che intervenne direttamente sulla necessità di non affamare uomini, donne e bambini sopravvissuti ai lager.

Alle ore 10 dell’8 maggio 1946, dal Molo Pirelli di Pagliari, la Fede e la Fenice ricevettero finalmente l’autorizzazione a partire. Da allora, nella memoria ebraica, La Spezia viene indicata come “Porta di Sion”, in ebraico Sha’ar Zion.

Altre partenze avvennero, invece, alla foce del fiume Magra e in mare aperto. Da Bocca di Magra partirono clandestinamente oltre 4.300 ebrei sopravvissuti alla Shoah, in gran parte di origine tedesca, polacca e ceca. I barcaioli ei pescatori locali si offrirono spontaneamente di traghettare i profughi dalle passerelle alle navi ormeggiate al largo,  mentre i Carabinieri della stazione di Ameglia, con comprensione e umanità, facevano finta di non vedere e il comando britannico restava formalmente all’oscuro. Tra luglio e settembre 1946, grazie a questa “sponda umanitaria”, partirono cinque navi, cui se ne aggiunsero altre due, per un totale di 4.134 sopravvissuti traghettati verso l’agognata libertà.

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