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Kibbutz: cuore e mente dello Stato Ebraico

Tutto è partito da Degania Alef, tra il 1909 e il 1910 a sud del lago di Tiberiade, alla confluenza con il Giordano

Quando si parla delle origini del kibbutz, definirlo banalmente come una “organizzazione agricola” è un errore grossolano. Si trattò, in realtà, di un’esperienza integrale e totalizzante che unì lavoro, vita quotidiana, educazione, autodifesa e ideologia politica – socialista – in un’unica struttura comunitaria. Alla base vi fu l’idea che la costruzione di una società ebraica autonoma non potesse fondarsi su modelli sociali importati dall’Europa, né su rapporti gerarchici tra datori di lavoro e lavoratori, ma su una partecipazione collettiva e consapevole, fondata sulla responsabilità reciproca. Il principio guida alla base fu quello della distribuzione secondo i bisogni e del contributo secondo le capacità. 

I kibbutz sono stati tra gli elementi portanti dell’Yishuv – vale a dire l’insediamento ebraico sorto nella regione della Palestina tra la fine dell’Ottocento e il 1948, in un periodo compreso tra la dominazione ottomana e la fondazione dello stato di Israele, passando per il mandato britannico. Ne hanno fornito l’ossatura sociale, economica e politica, con l’ambizione di formare un ebreo “nuovo”, legato al fare, al produrre, al decidere insieme.

Alla fine del XIX secolo, circa 15 000 ebrei, in gran parte provenienti dalla Russia meridionale, si trasferirono nella Palestina ottomana. Si tratta della cosiddetta prima aliyah. Le ondate migratorie successive furono accelerate dai sanguinosi pogrom nell’Europa orientale e dalla crescente instabilità politica. L’area geografica della Palestina era quasi del tutto impraticabile, a causa delle paludi infestate dalla malaria, della quasi totale assenza di infrastrutture e delle condizioni agricole spesso proibitive. 

La terra venne acquistata – a prezzi ben oltre il valore effettivo – attraverso enti collettivi, in particolare il Jewish National Fund, e lavorata in forma comunitaria. L’obiettivo non fu la proprietà individuale, ma la costruzione di una presenza stabile e condivisa. 

Tutto è partito da Degania Alef, tra il 1909 e il 1910 a sud del lago di Tiberiade, alla confluenza con il Giordano. In origine si trattava di una kvutzah, cioè un piccolo gruppo di circa trenta o quaranta persone che lavoravano e vivevano insieme, condividendo mezzi di produzione e decisioni. Degania Alef venne fondato da undici giovani pionieri e crebbe rapidamente: già nel 1914, il numero dei membri era aumentato in modo significativo.

Nel 1921 è la volta di Ein Harod, considerato il primo kibbutz formalmente istituito. Qui il modello si ampliò: non più soltanto un’unità agricola di piccole dimensioni, ma una comunità strutturata, con attività produttive diversificate, servizi interni ed educazione organizzata.

Tra gli anni Venti e Quaranta, la presenza ebraica nella Palestina mandataria crebbe rapidamente. Nel 1922 gli ebrei rappresentavano poco più dell’11% della popolazione; nel 1930 superavano il 16%; nel 1940 raggiunsero circa il 30%. Questo mutamento demografico incise profondamente sulla struttura interna dell’Yishuv.

In questo contesto si affermò il principio della “conquista del lavoro” (kibbush haavoda), intesa come rigenerazione morale attraverso il lavoro manuale e come costruzione di una base economica autonoma. L’ideologo socialista Ber Borochov sostenne che solo la formazione di un proletariato ebraico consapevole potesse rendere possibile una società ebraica moderna e politicamente autonoma.

Negli anni Trenta, con l’intensificarsi delle tensioni con la popolazione araba presente sul territorio, i kibbutz assunsero anche una funzione difensiva. Si diffuse il modello dell’Homa u’migdal, la “torre e palizzata”: insediamenti concepiti come piccole cittadelle, con una torre centrale per la sorveglianza e un perimetro fortificato. Questo modello non fu soltanto una risposta militare, ma anche simbolica. Espresse l’idea di responsabilità collettiva e di integrazione tra lavoro, partecipazione e difesa. I kibbutz diventarono così anche luoghi di formazione per le strutture di autodifesa ebraiche, dalle prime organizzazioni di guardia fino alla Haganah.

La vita nei kibbutz era regolata da un principio di partecipazione diretta. L’assemblea generale dei membri era l’organo decisionale centrale e nominava al suo interno un segretario. Ogni aspetto della vita – lavoro, educazione, distribuzione delle risorse – veniva discusso e deciso collettivamente. Grande importanza fu attribuita all’educazione. Fin dagli anni Venti, ogni kibbutz dispose di scuole interne e di un sistema educativo orientato alla vita comunitaria, al lavoro condiviso e alla partecipazione attiva. Nel 1922, vivevano nei kibbutz circa 700 persone; pochi anni dopo il numero crebbe rapidamente, fino a rappresentare, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, circa il 5% della popolazione ebraica nella Palestina mandataria.

Lo sviluppo dei kibbutz fu strettamente legato ai movimenti giovanili sionisti-socialisti. In America, ma anche in Russia, organizzazioni come Hechalutz, fondata nel 1905 da Eliezer Joffe, preparavano i giovani alla vita comunitaria e al lavoro manuale prima dell’emigrazione nell’Yishuv. A metà degli anni Trenta, queste organizzazioni avevano già decine di migliaia di aderenti.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i kibbutz costituivano una rete articolata di insediamenti collettivi. Pur rappresentando una minoranza numerica all’interno dell’Yishuv, esercitarono grande influenza sulla vita politica, economica e militare. Da queste comunità provennero dirigenti, organizzatori e quadri, determinanti quando la questione dell’immigrazione dei sopravvissuti della Shoah e la nascita dello Stato d’Israele entrarono al centro del dibattito internazionale.

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