
Nel corso del tempo, la definizione di sionismo è stata inquinata da distorsioni e propaganda e ha finito per assumere un’accezione negativa, collegata a forme di suprematismo e violento nazionalismo. Niente di più sbagliato. Il sionismo non è stato altro che un movimento politico moderno, incastonato nell’ondata di movimenti indipendentisti che ha caratterizzato il XIX secolo, dall’Europa al Sud America e tra i quali figura anche il Risorgimento italiano.
Con il sionismo, la Palestina ha smesso di essere soltanto una delle tante regioni soggiogate all’impero ottomano ed è diventata un laboratorio di modernità. In pochi decenni, una regione scarsamente abitata, a tratti paludosa, è stata protagonista di un processo di organizzazione produttiva, di cooperazione, di costruzione istituzionale. Una trasformazione che parlava il linguaggio dell’Europa politica del Novecento, quello delle nazioni che si danno forma attraverso il lavoro e l’autogoverno.
Per gli ebrei, tra l’altro, tutto questo ebbe un significato ancora più profondo. Dopo secoli di precarietà giuridica e di esposizione alla violenza in Europa, l’idea di una nazione propria rappresentava una soglia storica e determinante per la propria sopravvivenza: passare dall’attesa di una protezione nazionale costantemente disattesa, all’autoprotezione.
Tuttavia, è stato proprio lo spirito di autoconservazione ad aprire la frattura insanabile con la politica coloniale britannica. Gli inglesi si sono trovati ad affrontare un movimento che produceva a ritmi impressionanti un’autonomia reale ma che, allo stesso tempo, metteva in crisi il principio stesso del dominio imperiale. La risposta fu scontata: cercare di schiacciare con ogni mezzo le spinte indipendentiste ebraiche. In questo gioco di potere, furono sfruttate proprio le élite arabe locali, non nuove all’uso della violenza contro gli ebrei. Nel corso del tempo, i danni della logica coloniale non hanno di certo interessato solo la Palestina, basta vedere gli effetti devastanti di quella applicata dai belgi in Ruanda.
Infatti, molte fonti di cronache dell’epoca dimostrano che i rapporti tra arabi ed ebrei erano dopotutto distesi, benché la storia degli ebrei nei paesi musulmani sia una storia di persecuzioni e pogrom. Ma, nei primi decenni del Novecento fu proprio l’amministrazione britannica, con promesse non mantenute e una strategia volta a mantenere il potere, a esacerbare le tensioni tra arabi ed ebrei, sia quelli che sfuggiti alle persecuzioni in Europa, sia quelli che abitavano in quei territori da secoli, alimentando e legittimando la violenza di una fazione contro l’altra, fino a trasformare quella araba in un’arma sociale contro il focolare nazionale ebraico.






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