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Il sionismo, ebrei vivi

Herzl postulò la sua testi partendo da una constatazione politica chiara: gli ebrei, ovunque si trovassero, continuavano a essere una minoranza malvista

Il sionismo è stata una corrente di pensiero sviluppatasi in Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo, come risposta politica a una crisi sociale concreta. Dopo le emancipazioni ottocentesche, dove gli ebrei europei avevano ottenuto diritti formali, fu evidente che continuassero a rimanere esposti a una crescente insicurezza sociale e politica. I pogrom nell’Impero russo, l’antisemitismo organizzato in Europa centrale e l’esclusione prodotta dai nuovi Stati nazionali trasformarono l’ebreo in una figura vulnerabile. 

Nel 1896, Theodor Herzl pubblicò Der Judenstaat (Lo Stato ebraico), un testo breve ma decisivo per la nascita del movimento. Herzl postulò la sua testi partendo da una constatazione politica chiara: gli ebrei, ovunque si trovassero, continuavano a essere una minoranza malvista. La soluzione da lui proposta fu la costruzione di uno Stato, in grado di garantire sicurezza e responsabilità collettiva per il popolo ebraico. L’anno successivo, nel 1897, il Primo Congresso Sionista riunito a Basilea conferì al movimento una struttura organizzata e una dimensione internazionale. Da quel momento, il sionismo entrò stabilmente nella storia politica europea.

Fin dall’inizio, si presentò come un movimento plurale. Accanto al sionismo politico di Herzl emersero correnti differenti. Ahad Ha’am elaborò un sionismo culturale che individuava nella rinascita linguistica e morale il nucleo centrale del progetto. Si affermò anche il sionismo socialista, rappresentato da figure come Ber Borochov, che legava il ritorno in una terra alla trasformazione dell’esperienza ebraica attraverso il lavoro e la cooperazione. Il sionismo religioso, con pensatori come Abraham Isaac Kook, rilesse il processo in chiave redentiva. Più tardi, negli anni Venti e Trenta, Vladimir Jabotinsky diede forma al sionismo revisionista, proponendo una risposta nazionalista in un contesto segnato da una conflittualità crescente.

A partire dalla fine dell’Ottocento, con le prime aliyot, gruppi di ebrei iniziarono a stabilirsi nella Palestina ottomana. L’immigrazione aumentò soprattutto dopo il 1904 e poi negli anni Venti, sotto il Mandato britannico. Vennero fondati kibbutz e moshav, si organizzarono sindacati, scuole, istituzioni sanitarie, organismi rappresentativi. Vennero bonificati terreni per dare impulso all’agricoltura e creare posti di lavoro. Una trasformazione che modificò inevitabilmente gli equilibri sociali e rese il progetto sionista un attore politico concreto, dotato di una crescente ma scomoda autonomia.

Il conflitto con la popolazione araba prese forma proprio nel momento in cui la modernizzazione ebraica incise su terra, lavoro e potere locale. La tensione si politicizzò, sfociando in rivolte e pogrom. Il sionismo si trovò a operare in un ambiente sempre più ostile, andano via via configurandosi come un progetto di liberazione nazionale e di autodeterminazione e, per questo, in antitesi con il governo coloniale. Le restrizioni all’immigrazione e le limitazioni alla sicurezza contro gli ebrei che caratterizzarono gli anni Trenta, rifletterono il tentativo di contenere questo progetto di emancipazione anticoloniale. Con il Libro Bianco del 1939 la rottura tra l’Impero e il movimento sionista divenne incolmabile.

Sotto questa pressione, il movimento sionista rafforzò ancora di più le proprie strutture difensive e le leadership politiche e ridefinì le proprie strategie. La pluralità delle correnti interne al movimento rimase viva, tuttavia si consolidò su una visione collettiva: trasformare una condizione storica di vulnerabilità in una forma di autodeterminazione totale.

All’inizio degli anni Quaranta, il sionismo era ormai un fatto concreto, con radici profonde, istituzioni funzionanti e una società capace di sostenersi da sola: c’erano tutti i presupposti per la nascita di una nuova nazione.

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