
Il governo di Mohammad Mossadegh cadde il 19 agosto 1953, il 28 Mordad del calendario iraniano, al termine di un’operazione preparata dalla CIA e dai servizi segreti britannici con la partecipazione di ufficiali e politici iraniani. Il primo tentativo, nella notte tra il 15 e il 16 agosto, fallì, e lo scià fuggì dal paese. Tre giorni dopo folle di manifestanti e reparti dell’esercito presero il controllo di Teheran. Sul ruolo dell’intervento straniero i documenti oggi disponibili sono chiari. Resta invece discusso quanto la riuscita finale dovette all’organizzazione americana e quanto al consenso o alla stanchezza di una parte degli iraniani.
- La decisione
La proposta partì da Londra. Nel novembre 1952 due inviati britannici, Christopher Montague Woodhouse dei servizi segreti e Sam Falle del Foreign Office, proposero a Washington di rovesciare insieme Mossadegh. I britannici avevano già tentato più volte di farlo cadere, l’ultima volta con il generale in pensione Fazlollah Zahedi, e dopo la rottura delle relazioni diplomatiche, nell’ottobre 1952, non avevano più un’ambasciata a Teheran. Come candidato alla successione indicarono proprio Zahedi.
L’amministrazione Truman rifiutò. Riteneva Mossadegh diffidente verso i comunisti e l’Unione Sovietica e lo considerava ancora l’unico argine al caos. La svolta arrivò con l’insediamento di Eisenhower nel gennaio 1953. Il segretario di Stato John Foster Dulles e il fratello Allen, direttore della CIA, erano favorevoli a una linea più aggressiva verso i sovietici e all’uso delle operazioni sotto copertura. Nel frattempo, la coalizione di Mossadegh si era sfaldata: l’ayatollah Abolqasem Kashani e altri ex alleati erano passati all’opposizione e a Washington si temeva che il primo ministro finisse per dipendere dal partito comunista Tudeh. Eppure, le stime dell’intelligence americana di quei mesi giudicavano una presa del potere comunista non imminente. La pianificazione fu autorizzata in marzo, il piano approvato in giugno, ed Eisenhower diede il via libera definitivo l’11 luglio. L’operazione prese il nome in codice TPAJAX e fu affidata a Kermit Roosevelt, nipote del presidente Theodore Roosevelt e responsabile delle operazioni sotto copertura della CIA in Medio Oriente.
- Il piano
Il piano fu scritto a Nicosia, a Cipro, nel maggio 1953, da Donald Wilber della CIA e Norman Darbyshire dei servizi britannici. Poteva contare su due reti già attive in Iran: quella britannica dei fratelli Rashidian, che da anni pagava giornalisti, deputati, capipopolo e religiosi, e quella americana costruita per la propaganda anticomunista. Il bilancio previsto fu di 285.000 dollari, divisi quasi a metà tra Stati Uniti e Gran Bretagna, oltre al milione di dollari già versato alla sede della CIA di Teheran.
La prima fase era una campagna di destabilizzazione. Articoli, vignette e manifesti, diffusi in una ventina di giornali, presentarono Mossadegh come alleato dei comunisti e nemico dell’Islam. Agenti al servizio della CIA telefonarono a esponenti religiosi minacciandoli a nome del Tudeh e simularono un attentato contro la casa di uno di loro. In parallelo, si cercò di comprare voti in Parlamento. Il piano prevedeva che il Parlamento destituisse Mossadegh in modo formalmente legale, sostenuto da manifestazioni di religiosi e commercianti. Quella strada si chiuse all’inizio di agosto, quando Mossadegh sciolse il Parlamento con un referendum, le cui modalità gli attirarono dure critiche.
Restava lo scià. Per convincerlo intervennero la sorella gemella Ashraf, il generale americano Norman Schwarzkopf, Asadollah Rashidian, uomo d’affari e politico iraniano e lo stesso Roosevelt. Il 12 agosto, nella residenza di Ramsar sul Mar Caspio, lo scià firmò due decreti: uno destituiva Mossadegh, l’altro nominava primo ministro Zahedi.
- Il primo tentativo
La notte del 15 agosto, il colonnello Nematollah Nasiri, comandante della Guardia imperiale, si presentò a casa di Mossadegh per consegnare il decreto di destituzione e arrestarlo. Il piano prevedeva che Nasiri consegnasse il decreto e arrestasse Mossadegh nella notte tra il 14 e il 15 agosto. All’ultimo momento Zahedi e gli ufficiali che coordinavano l’operazione la rinviarono di ventiquattro ore, per ragioni mai chiarite, e il rinvio fece trapelare il piano. Il governo ne fu informato per più vie. Una di queste fu la rete degli ufficiali comunisti infiltrati nell’esercito: un maggiore della Guardia imperiale, Mehdi Homayuni, scoprì il piano e lo segnalò, e uno dei dirigenti del partito comunista, Nureddin Kianuri, sostenne di aver avvertito Mossadegh per telefono. Il capo di stato maggiore, il generale Taqi Riahi, dichiarò in seguito di essere stato informato alle cinque del pomeriggio del 15 agosto.
Quella sera Nasiri radunò i suoi uomini nella caserma della Guardia imperiale, a ovest di Teheran. Nello stesso momento altri congiurati arrestarono alcuni ministri e ufficiali fedeli al governo, occuparono la centrale telefonica e tagliarono alcune linee. Riahi, già avvertito, ordinò ai comandanti delle cinque brigate di Teheran di schierare le truppe in città. Quando Nasiri arrivò a casa di Mossadegh per arrestarlo, fu arrestato lui stesso dalle guardie del primo ministro. Tra gli uomini di Nasiri c’era un tenente, Ali Ashraf Shoja’ian, membro segreto dell’organizzazione militare comunista, che a quanto risulta di sua iniziativa cambiò parte nel momento decisivo e aiutò le guardie. Intanto i reparti fedeli occuparono il quartier generale dell’esercito e gli altri punti strategici e disarmarono la Guardia imperiale. La rete dei congiurati si sfaldò, molti ufficiali si rifiutarono di eseguire gli ordini, i ministri arrestati furono liberati. Alle due e mezza di notte i congiurati si erano arresi o nascosti, e all’alba la radio annunciò che un colpo di Stato era stato sventato.
Lo scià fuggì a Baghdad e poi a Roma. Il giorno dopo Riahi disse al capo della missione militare americana che il decreto dello scià era un falso e che l’esercito avrebbe sostenuto Mossadegh, e lo stesso Mossadegh sostenne in seguito di averlo ritenuto falso. Per il governo, quindi, la notte del 15 agosto fu un tentativo di colpo di Stato e non una destituzione legale. A Washington l’operazione fu data per fallita, e da Roma lo scià dichiarò a un giornalista che sperava di tornare.
- Tre giorni di caos
Dal 16 al 18 agosto Teheran fu attraversata da manifestazioni contro la monarchia. Il ministro degli esteri Hossein Fatemi attaccò lo scià alla radio e dalle piazze, i giornali vicini al governo ne chiesero la caduta e il Tudeh chiese l’instaurazione di una repubblica democratica. Furono abbattute statue dello scià e di suo padre. Una parte di questi cortei, secondo il rapporto dell’operazione redatto dalla CIA, fu organizzata da agenti pagati dagli americani che si fingevano militanti comunisti, per alimentare il caos. Intanto, Zahedi restava nascosto in casa di un agente della CIA, mentre la squadra americana e suo figlio Ardeshir facevano circolare, attraverso la stampa straniera e quella iraniana, la notizia dei decreti firmati dallo scià.
Il 18 agosto l’ambasciatore americano Loy Henderson, rientrato a Teheran, protestò con Mossadegh per le aggressioni contro cittadini americani. Mossadegh ordinò alla polizia di disperdere i cortei e vietò ogni manifestazione, anche quelle dei suoi sostenitori. Il Tudeh ritirò i propri militanti. Il 19 agosto, così, né i sostenitori del governo né i comunisti erano in piazza.
- Il 19 agosto
La mattina del 19 agosto gruppi di manifestanti partirono dalla zona del bazar, nel sud della città, gridando slogan a favore dello scià. Tra chi li guidava, c’erano agenti della rete della CIA e con ogni probabilità capipopolo come Sha’ban Ja’fari, un attivista politico iraniano . Un ruolo importante nella mobilitazione sembra averlo avuto anche l’ayatollah Mohammad Behbahani. Lungo il percorso, le folle incendiarono la sede del giornale di Fatemi e le redazioni dei giornali comunisti. Molti passanti si unirono ai cortei e reparti dell’esercito, con carri armati e camion di soldati, si schierarono con loro. Nel primo pomeriggio fu occupata la radio e alle 17.25 Zahedi annunciò di essere il primo ministro legittimo.
Lo scontro decisivo avvenne davanti alla casa di Mossadegh, difesa da reparti fedeli e da tre carri armati. Dopo ore di combattimento, che secondo le stime costarono circa duecento morti in quel solo luogo e un centinaio nel resto della città, la casa fu espugnata, saccheggiata e incendiata. Mossadegh fuggì dal tetto e il giorno dopo si consegnò.
Il 22 agosto lo scià tornò a Teheran.
- Dopo
Nei mesi seguenti, Zahedi fece arrestare circa duemila oppositori. Mossadegh fu processato nel novembre 1953 e condannato a tre anni di carcere. Fatemi fu catturato e giustiziato. Gli Stati Uniti versarono al nuovo governo 68 milioni di dollari di aiuti d’emergenza e nel 1954 un nuovo accordo affidò il petrolio iraniano a un consorzio internazionale in cui la compagnia britannica conservò il 40%. Nel settembre 1954 un nuovo servizio di sicurezza, organizzato con l’aiuto di un ufficiale americano, smantellò la rete del Tudeh nell’esercito. Da quel servizio nacque la Savak, la polizia segreta attiva in Iran dal 1957 al 1979.
- Che cosa resta discusso
Il ruolo dell’intervento americano e britannico è documentato nel dettaglio: la proposta, il piano, i finanziamenti, la propaganda, i contatti con lo scià fino all’organizzazione dei cortei. Gli storici divergono sul peso di questi fattori nella riuscita della rivolta del 19 agosto. Secondo una prima lettura, senza la preparazione e l’ostinazione della squadra della CIA, che continuò a lavorare dopo aver ricevuto l’ordine di rinunciare, il governo non sarebbe caduto. Secondo un’altra lettura, dopo il fallimento del primo tentativo, l’iniziativa passò agli iraniani: l’aristocrazia, una parte del clero e dell’esercito e molti cittadini spaventati dal caos e dalla prospettiva di una repubblica, scesero in piazza per ragioni proprie e la CIA si limitò a far conoscere i decreti dello scià. Le due letture concordano su un punto: la riuscita dipese anche dagli errori del governo e del Tudeh, che nei giorni decisivi lasciarono le strade agli avversari.
Il colpo di Stato restituì allo scià il pieno controllo del paese. Nella memoria di molti iraniani legò la monarchia agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, e quel legame divenne venticinque anni dopo una delle forze della rivoluzione.






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