
Mohammad Mossadegh nacque a Teheran nel 1882, in una ricca famiglia di proprietari terrieri imparentata con la dinastia Qajar. Entrò nell’amministrazione ancora adolescente, poi studiò diritto a Parigi e a Neuchâtel, in Svizzera, dove ottenne il dottorato nel 1914. Tornato in patria, insegnò diritto a Teheran e fu governatore del Fars e dell’Azerbaigian, Ministro delle Finanze e degli Esteri.
Con Reza Khan, l’ufficiale che dominava la politica iraniana, all’inizio ebbe buoni rapporti, tuttavia, nel 1925, quando il parlamento depose i Qajar per consegnargli il trono, Mossadegh fu uno dei quattro deputati che votarono contro. Disse che lo avrebbe sostenuto come primo ministro costituzionale, ma che un sovrano che fosse anche capo del governo significava «pura reazione, puro arbitrio».
Si ritirò dalla politica e nel 1940 fu arrestato, rinchiuso in una fortezza del Khorasan e poi confinato nella sua tenuta.
Dopo l’abdicazione dello scià tornò in parlamento come il deputato più votato di Teheran. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre compagnie americane, seguite poi dall’Unione Sovietica, cercavano concessioni petrolifere, fece approvare una legge, rivolta soprattutto contro Mosca, che rendeva reato negoziare le concessioni con gli stranieri. Chiamò la sua linea “equilibrio negativo”: tenere l’Iran fuori dalla contesa tra le grandi potenze.
Da primo ministro, guidò la delegazione iraniana al Consiglio di sicurezza dell’Onu e si presentò di persona alla Corte internazionale dell’Aja. Il Time lo nominò persino uomo dell’anno. E nonostante fosse affetto da una malattia nervosa cronica, che gli provocava svenimenti nei momenti di tensione, questo non lo ha mai fermato dal ricevere diplomatici e ministri, anche se doveva farlo da allettato seduto nel letto, in pigiama. Una malattia nervosa cronica gli provocava svenimenti – sebbene molti interlocutori occidentali giudicarono tali svenimenti “teatrali”.
Dopo il colpo di Stato del 1953, fu processato da un tribunale militare. L’accusa chiese la pena di morte, tuttavia fu condannato a tre anni di carcere e poi confinato nel suo villaggio, dove morì nel 1967.
Negli stessi anni in cui Washington e Londra temevano che aprisse la strada al comunismo, a Mosca lo si sospettava di lavorare per gli americani.




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