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MEK / Mujahedin-e Khalq (NCRI)

Da rivoluzione ideologica a organizzazione settaria senza legittimità popolare

a cura di Ashkan Rostami, dissidente iraniano in esilio in Italia dal 2015

Il People’s Mojahedin Organization of Iran (MEK), attivo politicamente attraverso il National Council of Resistance of Iran (NCRI), è uno dei gruppi più controversi e meno rappresentativi dell’opposizione iraniana. Nonostante si presenti come alternativa democratica, porta con sé un’eredità di violenza, rigidità ideologica, leadership personalistica e consenso popolare quasi nullo all’interno dell’Iran.

Il MEK nasce negli anni Sessanta come movimento rivoluzionario che fonde islam sciita e marxismo. Non è mai stato un gruppo liberale nel senso occidentale del termine: la sua ideologia originaria era radicale, anti-capitalista e profondamente ideologizzata. Dopo la rivoluzione del 1979, entrò in conflitto armato con il nuovo potere clericale e negli anni Ottanta si alleò con Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq, stabilendo la propria base principale nel complesso noto come Camp Ashraf.

Per moltissimi iraniani questa scelta non è una questione politica ma un trauma nazionale. Collaborare con il nemico dell’Iran mentre migliaia di giovani combattevano al fronte ha creato una frattura morale che non si è mai chiusa. È uno dei motivi centrali per cui il MEK è visto con ostilità profonda dalla popolazione.

Un altro elemento che alimenta il rifiuto sociale è la percezione del MEK come parte della cosiddetta “generazione del ’79”: quella generazione ideologizzata che, con slogan assoluti e visioni rivoluzionarie totalizzanti, ha contribuito alla nascita del sistema che oggi opprime il Paese. Molti iraniani vedono nel MEK non un’alternativa al radicalismo del 1979, ma un suo specchio ideologico, con segno opposto ma stessa rigidità mentale. Non viene percepito come rottura con l’errore storico, ma come sua continuazione sotto altro nome.

La leadership del movimento è stata dominata da Masoud Rajavi e successivamente da Maryam Rajavi. La loro ascesa al vertice è legata a uno degli episodi più controversi nella storia interna dell’organizzazione: il matrimonio tra Masoud e Maryam Rajavi avvenne dopo che Maryam divorziò da Mehdi Abrishamchi, allora vice di Masoud. Secondo numerose testimonianze di ex membri, il divorzio sarebbe stato imposto dall’organizzazione nell’ambito di una “rivoluzione ideologica” interna, e il nuovo matrimonio celebrato con modalità simboliche e rituali considerate da molti osservatori come tipiche di una dinamica settaria. L’evento fu presentato come passaggio spirituale e politico necessario alla purezza rivoluzionaria del movimento.

Nel corso degli anni sono emerse numerose accuse sulle pratiche interne nei campi del MEK. Ex membri hanno descritto sessioni obbligatorie di confessione pubblica, autocritica collettiva, controllo delle relazioni personali, separazione forzata dei coniugi, imposizione del celibato, allontanamento dei figli inviati all’estero, divieto di contatti familiari indipendenti e limitazione dell’accesso a fonti di informazione esterne. Le defezioni venivano descritte come tradimento, e chi tentava di lasciare l’organizzazione avrebbe affrontato isolamento e pressioni psicologiche. Il movimento respinge queste accuse, ma la coerenza delle testimonianze nel tempo ha consolidato l’immagine di una struttura chiusa e fortemente gerarchica.

Dopo il trasferimento in Albania, nel complesso noto come Ashraf-3, l’organizzazione ha cercato di presentarsi come struttura civile e politica. Tuttavia, nel 2023 le autorità albanesi hanno effettuato un’operazione di polizia nel campo, sequestrando materiale e indagando su attività informatiche e operative non autorizzate. L’episodio ha evidenziato tensioni con il Paese ospitante e sollevato interrogativi sulle attività reali del gruppo. Oggi la loro attività politica si concentra soprattutto in Europa occidentale, con eventi ricorrenti nell’area di Parigi.

Un capitolo particolarmente controverso riguarda la figura di Masoud Rajavi. Scomparso dalla scena pubblica da oltre vent’anni, non è mai apparso ufficialmente né è stata fornita prova certa della sua condizione. Alcune fonti di intelligence e diversi analisti ritengono che sia morto in Iraq anni fa. L’organizzazione nega questa possibilità e continua a evocarlo come guida storica ancora viva, lasciando spazio a un’aura quasi messianica intorno alla sua figura. Per molti osservatori, questa ambiguità alimenta una narrazione simbolica che ricorda la figura dell’imam occulto nella tradizione sciita: un leader assente che “tornerà”. L’assenza di trasparenza su un tema così centrale rafforza l’idea di una gestione interna opaca e mitologizzante.

Altro punto critico è la totale mancanza di chiarezza sui finanziamenti del movimento. Il NCRI organizza regolarmente grandi conferenze internazionali, eventi costosi e campagne di lobbying che coinvolgono ex politici, parlamentari, autori e commentatori occidentali. Non esistono bilanci pubblici chiari e verificabili che spieghino nel dettaglio le fonti di finanziamento di tali attività. La trasparenza finanziaria, elemento essenziale per qualunque forza che si proclami democratica, appare carente o assente. Questo alimenta sospetti e interrogativi sulla provenienza dei fondi e sulle modalità di sostegno economico.

Il dato più schiacciante, tuttavia, resta quello del consenso popolare. Secondo il sondaggio 2024 condotto dall’istituto olandese GAMAAN, alla domanda su chi voterebbero in elezioni libere, l’opzione collegata a Maryam Rajavi e al MEK raccoglie circa lo 0,3% delle preferenze. È una percentuale che colloca il movimento ai margini estremi della scena politica iraniana. Non si tratta di repressione o censura: si tratta di percezione sociale. La maggioranza degli iraniani non vede nel MEK una soluzione, ma un residuo ideologico del passato rivoluzionario.

Il movimento può avere disciplina organizzativa, capacità logistica e rete internazionale. Ma porta con sé un’eredità di alleanze impopolari, pratiche interne contestate, leadership personalistica, opacità finanziaria e un sostegno interno quasi inesistente. La sua retorica democratica si scontra con una struttura interna che molti descrivono come settaria. E finché questo divario resterà irrisolto, la pretesa di rappresentare il futuro politico dell’Iran continuerà a essere vista da gran parte degli iraniani con profondo scetticismo, se non con aperto rigetto.

Ashkan Rostami, dissidente iraniano in esilio in Italia dal 2015, è nato a Teheran. Ha partecipato attivamente alle proteste del Movimento Verde nel 2009, si batte per i diritti delle donne, delle persone LGBTQ+ e contro l’islamismo politico.

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