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Quando i nazisti cominciarono a scappare

Molti ex nazisti riuscirono a sottrarsi alla giustizia fuggendo dall’Europa. Il Sud America divenne uno dei principali luoghi di approdo

Nel novembre del 1945, con l’apertura del Processo di Norimberga, le potenze vincitrici sancirono un principio destinato a segnare il diritto internazionale: i crimini del regime nazista furono considerati appieno come responsabilità individuali e perseguibili davanti a un tribunale. Fu un passaggio decisivo. Per la prima volta, lo sterminio e la violenza sistematica vennero portati all’interno della sfera giuridica.

Tuttavia, Norimberga non esaurì del tutto la questione della giustizia. I processi furono a carico solo di una parte circoscritta dell’apparato nazista, vale a dire i vertici politici e militari, ormai sconfitti, più alcune figure simboliche su cui concentrare la condanna. Restarono esclusi migliaia di funzionari, quadri intermedi, tecnici, amministratori, uomini dei servizi, scienziati, specialisti della repressione e della logistica dello sterminio.

Questa selezione rappresentò una scelta politica. Nel secondo dopoguerra, la priorità delle potenze vincitrici non fu tanto  l’inseguimento capillare dei responsabili, quanto piuttosto la stabilizzazione dell’Europa e la rapida riorganizzazione degli equilibri globali. In questo contesto, la giustizia divenne più un monito che una vera macchina processuale: molti furono portati alla sbarra mentre altri furono o riutilizzati o lasciati scomparire.

Molti ex nazisti riuscirono, infatti, a sottrarsi alla giustizia fuggendo dall’Europa. Il Sud America — in particolare l’Argentina — divenne uno dei principali luoghi di approdo, mentre gli Stati Uniti o l’Unione Sovietica accolsero scienziati, tecnici e specialisti, sfruttandone le competenze. E anche il Medio Oriente, di cui non si parla quasi mai, offrì rifugio a ex gerarchi, utilizzati in chiave militare e, soprattutto, anti-israeliana.

Una fuga per certi aspetti ben organizzata. Ne è un esempio la ratline, un percorso che, attraverso l’Europa funestata dal disordine amministrativo, dalla massa dei profughi in movimento e dalla debolezza dei controlli, consentì a questi criminali di sottrarsi alle proprie responsabilità. Il tutto grazie a ex camerati, apparati locali, settori ecclesiastici, organismi umanitari e, in alcuni casi, servizi segreti interessati a recuperare competenze in funzione anticomunista.

La giustizia del secondo dopoguerra, quindi, se da un parte istituì una nuova forma di tribunale internazionale, dall’altro adempì solo la metà dei nobili propositi che si era prefissata. Mentre alcuni criminali di guerra nazisti vennero giudicati in nome di un principio universale, altri vennero lasciati andare in nome di priorità ritenute superiori: la ricostruzione, la sicurezza, in vista della polarizzazione globale ormai in atto. Ciò non cancella di certo il valore del processo di Norimberga,  ma ne ridimensiona in parte l’impatto. 

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