
Tra il 1941 e il 1946, in diverse regioni d’Europa e del Medio Oriente si verificarono nuovi episodi di violenza contro gli ebrei.
Il Farhud di Baghdad e il pogrom di Kunmadaras ne sono due esempi significativi.»I pogrom di Baghdad e Kunmadaras sono solo due esempi fra tanti: eventi distinti nel tempo e nello spazio, ma uniti dalla stessa conclusione. Sia prima, sia dopo la guerra, per un ebreo non esisteva un luogo sicuro, né in Europa orientale né in Medio Oriente.
Baghdad, 1–2 giugno 1941: il Farhud
Il pogrom noto come Farhud esplose nella capitale irachena il 1° giugno 1941, durante la festa di Shavuot. La comunità ebraica di Baghdad, radicata da oltre duemila anni, venne improvvisamente travolta.
Per due giorni, bande armate e gruppi di civili, alimentati dal clima politico e dalla propaganda filonazista del governo Rashid Ali, si scagliarono contro i quartieri ebraici. Le strade diventarono teatro di violenze, saccheggi e aggressioni mirate.
Le stime delle vittime variano:
- 150–180 morti secondo i dati ufficiali dell’epoca;
- fino a 600 secondo alcune ricostruzioni comunitarie, che includono i corpi sepolti in fosse comuni non registrate.
I feriti furono centinaia, migliaia le case e i negozi devastati.
Il Farhud non fu un episodio isolato, viene ricordato come il punto di non ritorno per la presenza ebraica in Iraq. Dopo il pogrom, le minacce e le discriminazioni si intensificarono, fino al grande esodo che, tra il 1948 e il 1951, portò alla fuga quasi totale della comunità.
Il Farhud costituisce l’esempio emblematico dei pogrom nel mondo arabo di quegli anni: un evento improvviso, violento, distruttivo, che mostra come, anche fuori dall’Europa, gli ebrei vivessero una condizione di vulnerabilità estrema.
Kunmadaras, 21 maggio 1946
Il pogrom di Kielce, nel 1946, è riconosciuto come il più efferato del dopoguerra. Tuttavia, non fu un caso isolato.
Pochi mesi dopo, anche l’Ungheria fu scossa da un episodio di violenza antiebraica: il pogrom di Kunmadaras.
Il 21 maggio 1946, in un piccolo villaggio agricolo, una folla inferocita, mossa dai secolari pregiudizi antiebraici, si scagliò contro la comunità ebraica. Morirono 3 persone e un’ondata di terrore travolse il paese.
Il caso fu portato davanti al Tribunale del Popolo di Budapest che, però, trasformò il pogrom in una disputa politica. I 59 imputati vennero accusati di far parte di un complotto contro la nuova Repubblica e ogni atto anti-ebraico venne interpretato come un attacco fascista al nuovo stato democratico. In questa chiave, il pogrom fu inserito in una narrazione che lo collegava direttamente al partito fascista ungherese della Croce Frecciata.
La beffa, però, fu che nella sentenza definitiva, le vittime ebraiche non furono prese in considerazione: l’antisemitismo servì solo come leva per attaccare il nemico politico e non per riconoscere una forma di giustizia agli aggrediti.
A Kunmadaras, intanto, si instaurò una netta divisione tra ungheresi ed ebrei. All’inizio, venne proposta l’espulsione della comunità ebraica, poi fu attenuata: gli ebrei potevano restare, purché dimostrassero di essere in grado di “adattarsi al cambiamento sociale e alla comunità ungherese”.
La tensione, però, non diminuì; i soliti pregiudizi antiebraici, come l’arricchimento dei mercanti ebrei a discapito dei contadini alla fame o la “calunnia del sangue” non smisero di circolare.
Il pogrom di Kunmadaras ebbe quindi una doppia nota drammatica: non solo indicò come l’antisemitismo non fosse affatto scomparso con la fine della guerra, ma fu sfruttato, in chiave antifascista, dal nuovo regime comunista per consolidare il proprio potere.
Due eventi lontani, la stessa verità
Baghdad e Kunmadaras non si assomigliano per geografia, cultura o contesto politico. Eppure è più che chiaro il comun denominatore della condizione ebraica tra gli anni della guerra e l’immediato dopoguerra: in Medio Oriente, la comunità ebraica venne travolta da un’ondata di violenze che ne segnò l’inizio dell’esodo. In Europa orientale, anche i sopravvissuti che tornavano per riprendere la propria vita, trovarono ostilità, sospetto e violenza.






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