Su “Il risveglio degli invisibili” di Avvenire
Nel suo articolo “Il risveglio degli invisibili”, pubblicato su Avvenire, Lucia Capuzzi propone una narrazione potente: quella di due popoli — israeliano e palestinese — accomunati dal rifiuto della guerra e guidati, dal basso, verso una speranza di pace. A Gaza come a Tel Aviv, scrive, “il popolo non ci sta più”. I governi combattono, la società civile resiste. È un’idea suggestiva. Ma funziona solo se si accetta di sorvolare sui fatti.
L’illusione della doppia resistenza
Il cuore dell’articolo è una simmetria forzata: da una parte i giovani gazawi che sfidano Hamas, dall’altra gli israeliani che protestano contro Netanyahu. Ma le due realtà non sono comparabili. Non per giudizio morale — per contesto.
A Gaza si protesta sotto sorveglianza armata, senza stampa libera, con il rischio concreto di repressione, detenzione o peggio. In Israele si manifesta pubblicamente, si vota, si critica il governo ogni giorno sui principali quotidiani.
Equiparare queste due forme di dissenso significa oscurare la differenza tra una dittatura militare e una democrazia. È una scelta ideologica, non una constatazione di fatto.
Hamas: nominato, ma solo quando serve
Un altro passaggio significativo è la presenza — finalmente — del nome “Hamas”. Dopo mesi in cui la testata ha sistematicamente evitato di nominare il gruppo islamista se non in forma impersonale (miliziani, forze, combattenti), Capuzzi lo indica come soggetto armato e repressivo. Ma non basta dirlo una volta, se non si spiega che Hamas è il responsabile dell’attacco del 7 ottobre, l’innesco diretto del conflitto in corso.
Quel passaggio, nel testo, è rimosso. Il 7 ottobre è citato, ma non raccontato. E la guerra appare come una fatalità, una gabbia di cui non si conoscono i costruttori.
Il popolo come alibi
La figura del “popolo pacifico” ritorna spesso nei testi più ambigui sulla guerra. È un soggetto morale, non politico. Ha sempre ragione, perché non ha mai potere. Ma la sua presenza simbolica serve spesso a spostare lo sguardo altrove: se i popoli sono uguali, allora lo sono anche i loro governi, e le loro colpe. Così nasce l’equidistanza morale. Quella che racconta l’oppressione come speculare, e il potere come un male diffuso.
Una domanda per chi legge
Raccontare la guerra è difficile. Farlo senza sbilanciarsi, impossibile. Ma c’è una differenza tra scegliere un punto di vista e costruire una narrazione che normalizza le asimmetrie, cancella i fatti, edulcora la violenza.
Nel tentativo di dare voce agli “invisibili”, l’articolo di Avvenire finisce per produrre una visione consolatoria. Non ci spiega la realtà: ci offre una versione addomesticata, dove ogni responsabilità si dissolve in una nebbia morale.
Chi legge può anche accettare la storia. Ma ha il diritto di sapere che non è vera. È solo coerente con l’ideologia di chi la racconta.






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