
Durante la guerra, per molti ebrei italiani la Svizzera rappresentò l’ultima possibilità concreta di salvezza. Non era un territorio occupato, né un fronte di guerra e non era nemmeno sotto controllo nazista. Proprio per questo, la sua frontiera assunse un valore decisivo: attraversarla poteva significare vivere, esserne respinti avrebbe significato tornare direttamente nelle mani di chi stava organizzando la deportazione.
La storia di Giorgio Latis e quella della famiglia Gruenberger mostrano con chiarezza che il respingimento fu una scelta che produsse conseguenze immediate e irreversibili.
Nel novembre del 1943, Giorgio Latis accompagnò i genitori e la sorella verso la Svizzera, convinto di poterli mettere in salvo. La famiglia venne però respinta. Tornati in Italia, furono arrestati, rinchiusi a San Vittore e deportati ad Auschwitz sullo stesso convoglio di Liliana Segre. Nessuno di loro sopravvisse.
Giorgio credeva di averli salvati. Non era rimasto in Svizzera, non voleva fuggire. Si arruolò nella Resistenza, entrò nel Fronte della Gioventù e poi nel Partito d’Azione. Operò tra Milano e il Piemonte, partecipò a sabotaggi, evasioni e trasporti di armi. Venne arrestato, evase da San Vittore e continuò l’attività clandestina. Il 26 aprile 1945, a Torino, venne fermato a un posto di blocco. I documenti che trasportava, gli costarono una fucilazione immediata. La sua famiglia era stata sterminata a causa del rifiuto di farli passare alla frontiera svizzera, lui morì combattendo. Non seppe mai quale fu il destino dei suoi cari.
Poche settimane dopo, il 17 dicembre 1943, un’altra famiglia italiana tentò la stessa strada. A Brissago, nel Canton Ticino, Adele Horitzki Gruenberger, sua sorella Regina, i figli Enrico ed Egon e la nuora Edith, incinta di cinque mesi, riuscirono ad attraversare il confine svizzero. Ma la loro fuga durò pochissimo: furono intercettati dalle autorità svizzere e riportati in Italia. L’unica a cui fu concesso di restare fu Edith.
Una volta giunti alla stazione di Pino, vennero arrestati dalle guardie doganali tedesche. Passarono da Varese, poi da San Vittore. Da lì, presero la strada per Auschwitz al binario 21 della Stazione Centrale di Milano, il 30 gennaio 1944. Sul convoglio c’erano anche Liliana Segre e suo padre Alberto, a loro volta respinti dalla Svizzera. Adele, Regina ed Enrico vennero assassinati ad Auschwitz. Egon si salvò soltanto perché riuscì a lanciarsi dal treno in corsa. Tornò in Svizzera nel febbraio del 1944, segnato dalle torture, dove questa volta non fu respinto.
In entrambi i casi, il passaggio è chiaro e documentato: respingimento, arresto, carcere, deportazione. Il confine non consisté in una linea astratta, divenne un limite fisico in cui la possibilità di salvarsi poteva essere concessa o, più frequentemente, negata.
La Svizzera non fu l’unico Paese a negare l’accesso ai profughi ebrei. Tuttavia, questi due casi mostrano, con particolare evidenza, cosa abbia significato applicare una politica di chiusura quando la persecuzione era già in atto: una condanna a morte assicurata.
Raccontare le storie di Giorgio Latis e della famiglia Gruenberger significa restituire alla Shoah una dimensione spesso rimossa: quella di tutte le scelte amministrative e dei loro effetti letali. La Shoah non si compì solo nei lager. Cominciò lungo le frontiere.
Due famiglie. Un confine. Una decisione. E un destino che cambia per sempre.






Add comment