
Tra il 1938 e il 1944, mentre la persecuzione degli ebrei europei si trasformava progressivamente in sterminio sistematico, le potenze democratiche elaborarono una serie di decisioni — e soprattutto di non-decisioni — che contribuirono in modo determinante all’assenza di vie di fuga e alla mancanza di misure concrete di salvataggio. Questo arco di sei anni mostra una coerenza politica che si ritrova in archivi, verbali, memorie e atti parlamentari: la protezione degli ebrei non fu mai un obiettivo operativo delle strategie alleate.
1. 1938: Evian e la nascita formale della non-azione internazionale
Nel luglio del 1938, poco dopo l’annessione dell’Austria e l’improvvisa creazione di 180.000 nuovi profughi, trentadue paesi si riunirono a Évian-les-Bains per discutere la questione dei rifugiati tedeschi e austriaci.
A livello ufficiale, tutti i delegati espressero simpatia per le vittime e riconobbero la gravità della situazione. Ma il contenuto reale degli interventi fu diverso.
- La Francia dichiarò di aver raggiunto il “limite di saturazione”.
- I Paesi latinoamericani introdussero condizioni stringenti: capitali minimi, certificati di buona condotta, garanzie occupazionali.
- Gli Stati Uniti mantennero rigorosamente le quote di immigrazione stabilite nel 1924, che non vennero aumentate neppure a fronte della crisi imminente.
- Il Regno Unito confermò una linea prudente, limitata a dichiarazioni di principio, senza impegni aggiuntivi.
Nessun paese fu disposto a modificare i propri vincoli legislativi o ad aprire nuovi canali di immigrazione.
Golda Meir, presente come osservatrice, ricorderà più tardi l’esperienza come una “sequenza di espressioni di dolore prive di volontà politica”.
La conclusione fu chiara: Evian dimostrò pubblicamente che la comunità internazionale riconoscesse il problema, ma non intendeva farsene carico.
2. Politiche migratorie rigide: USA e Regno Unito tra vincoli e scelte
Negli Stati Uniti, la legislazione sulle quote rimase invariata per tutta la durata della guerra. La combinazione di criteri restrittivi, burocrazia complessa e sospetti di sicurezza impedì l’ingresso di decine di migliaia di persone che avrebbero potuto ottenere un visto.
Il Dipartimento di Stato mantenne una linea di cautela estrema, giustificata con motivazioni interne — rischio di inflazione, concorrenza lavorativa — e con ragioni di sicurezza nazionale.
Nel Regno Unito, la politica migratoria si irrigidì ulteriormente con il Libro Bianco del 1939. La Palestina mandataria venne chiusa all’immigrazione ebraica oltre un limite prefissato di 75.000 ingressi in cinque anni. Dopo il 1944, ogni ulteriore arrivo richiese il consenso arabo, che non venne concesso.
Questa politica non fu un incidente amministrativo: rispondeva a una strategia consapevole di evitare trasformazioni demografiche nel Medio Oriente, in un momento in cui la regione aveva per Londra un’importanza strategica decisiva.
Entrambi i Paesi, pur con motivazioni differenti, mantennero una linea identica: nessuna modifica sostanziale alle politiche di ingresso, neppure quando la persecuzione divenne pubblicamente nota.
3. Informazioni disponibili ma senza conseguenze: Pilecki e Karski
La non-azione non dipese da una mancanza di informazioni.
Witold Pilecki, infiltrato ad Auschwitz nel 1940, redasse rapporti dettagliati sulla struttura del campo, sulle deportazioni e sulle uccisioni. Dopo la fuga nel 1943, chiese esplicitamente agli Alleati di bombardare le infrastrutture ferroviarie che conducevano al complesso di Auschwitz-Birkenau.
Le sue richieste non vennero prese in considerazione.
Jan Karski, emissario dello Stato clandestino polacco, visitò il ghetto di Varsavia e un punto di transito verso Bełżec. Tra il 1942 e il 1943 presentò i suoi rapporti a Londra, Washington e al Vaticano, incontrando funzionari di alto livello e il presidente Roosevelt.
Anche in questo caso, le informazioni non si tradussero in misure operative.
Molti anni dopo, Karski riassunse così l’esperienza:
“It was easy for the Nazis to kill Jews because they did it. The allies considered it impossible and too costly to rescue the Jews because they didn’t do it. The Jews were abandoned by all governments, church hierarchies, and societies, but thousands of Jews survived because thousands of individuals in Poland, France, Belgium, Denmark, Holland helped to save Jews. Now, every government and church says, “We tried to help the Jews,” because they are ashamed, they want to keep their reputations. They didn’t help, because six million Jews perished, but those in the government, in the churches they survived. No one did enough.”
“Per i nazisti era facile uccidere gli ebrei perché l’hanno fatto. Gli alleati consideravano impossibile e troppo costoso salvare gli ebrei perché non l’hanno fatto.
Gli ebrei furono abbandonati da tutti i governi, dalle gerarchie ecclesiastiche e dalle società, ma migliaia di ebrei sopravvissero perché migliaia di individui in Polonia, Francia, Belgio, Danimarca e Olanda contribuirono a salvarli. Ora, ogni governo e ogni chiesa dicono: “Abbiamo cercato di aiutare gli ebrei”, perché si vergognano e vogliono mantenere la loro reputazione. Non lo fecero, perché sei milioni di ebrei perirono, ma quelli nel governo e nelle chiese sopravvissero. Nessuno fece abbastanza.”
4. 1943: la Conferenza di Bermuda come caso di scuola della non-azione
Convocata nell’aprile 1943, mentre le prime notizie sistematiche sulla “soluzione finale” circolavano nelle capitali occidentali, la Conferenza di Bermuda venne presentata come un tentativo di affrontare il problema dei rifugiati europei.
In realtà, i limiti furono stabiliti fin dal principio:
- nessuna discussione specifica sulla persecuzione degli ebrei;
- nessuna revisione delle quote americane;
- nessun utilizzo della Palestina come destinazione;
- nessun piano di evacuazione o corridoio di salvataggio;
- nessun invio di pacchi alimentari ai detenuti nei campi.
Richard Law, capo della delegazione britannica, definì “proposte fantastiche” tutte le ipotesi che implicassero negoziati, scambi di prigionieri o modifiche sostanziali alle politiche esistenti, invitando a “definire il problema in termini limitati”.
Gli Stati Uniti non inviarono una delegazione dotata di poteri decisionali.
Le decisioni vennero rinviate al Intergovernmental Committee on Refugees, già privo di fondi e mandato.
Lo Yad Vashem ha definito retrospettivamente Bermuda “un esercizio di pubbliche relazioni volto a tacitare le proteste senza introdurre soluzioni effettive”.
Alla Camera dei Lord, il 28 luglio 1943, Lord Davies espresse una frustrazione documentata: nessuno aveva compreso cosa fosse realmente accaduto a porte chiuse, e ogni passo concreto sembrava essere stato rinviato.
L’unico risultato tangibile fu il trasferimento di 630 rifugiati già presenti in Spagna e Nord Africa. Nessuna misura riguardò gli ebrei ancora nei territori occupati.
5. 1944: il caso ungherese e l’occasione mancata
L’occupazione tedesca dell’Ungheria, nel marzo 1944, aprì una finestra di pochi mesi durante i quali un intervento internazionale avrebbe potuto salvare decine di migliaia di persone.
Due iniziative vennero proposte — e respinte.
La proposta Eichmann–Brand
Joel Brand, emissario del comitato ebraico di Budapest, portò agli Alleati una richiesta di negoziato.
Appena giunto in Siria venne trattenuto dalle autorità britanniche e non poté presentare la sua proposta.
Il piano non venne mai analizzato.
I piani di evacuazione elaborati da diplomatici neutrali e Croce Rossa
Il Foreign Office li respinse, ritenendo che l’apertura di un’eccezione avrebbe creato “un precedente ingestibile” e avrebbe messo in discussione la linea britannica sulla Palestina.
Nessuna alternativa venne definita.
Dopo la guerra, un diplomatico del Foreign Office sintetizzò così quella posizione:
«Cosa farei con un milione di ebrei? Dove li metterei?»
La frase, pur pronunciata in un contesto successivo, riflette fedelmente la logica amministrativa degli anni di guerra.
6. Conclusione: la non-azione come politica strutturale
Tra il 1938 e il 1944, la comunità internazionale affrontò la persecuzione degli ebrei europei senza modificare gli strumenti politici, diplomatici e militari a sua disposizione.
Il Dipartimento di Stato americano, il Foreign Office britannico e le strutture intergovernative create a Evian e Bermuda operarono secondo una logica di contenimento, non di intervento.
Nel gennaio 1942, a Wannsee, la Germania nazista definì l’organizzazione amministrativa dello sterminio.
Nell’aprile 1943, a Bermuda, le potenze alleate scelsero di non introdurre alcuna misura straordinaria per contrastarlo.
Le due conferenze non si somigliano per natura o finalità, ma insieme chiariscono un dato storico fondamentale: lo sterminio fu possibile anche perché, quando ancora esistevano margini di intervento, gli Stati che avrebbero potuto agire decisero di non farlo.






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