
Tra il 1938 e il 1944, prima e durante la Shoah, gli ebrei europei che tentarono di mettersi in salvo, incontrarono ovunque gli stessi ostacoli: visti negati, quote d’ingresso bloccate, frontiere chiuse, porti che rifiutarono l’attracco. Le possibilità di fuga si restrinsero non per mancanza di volontà individuale, ma per una serie di decisioni politiche assunte da governi nazionali e potenze coloniali.
Il precedente più significativo relativo a questa impossibilità di mettersi in salvo, fu la Conferenza di Evian del luglio del 1938. Trentadue paesi si riunirono per affrontare l’emergenza dei rifugiati provenienti dalla Germania e dall’Austria. Nessuno, però, modificò la propria legislazione migratoria. Le delegazioni espressero, sì, rammarico e disponibilità generica, ma nessun impegno vincolante. Il risultato fu che l’immigrazione ebraica restò sostanzialmente bloccata.
Nello stesso anno, la Polonia rifiutò l’ingresso a circa 17.000 ebrei polacchi, che furono comunque arrestati, espulsi dalla Germania e accalcati tra Zbąszyń, Konitz e Beuthen. La Svizzera introdusse già nel 1938 le prime misure di restrizione e, dal 1942, respinse ai valichi famiglie che fuggivano dalla deportazione. L’Italia, dopo le leggi razziali del 1938, limitò e poi negò l’ingresso ai profughi. La Francia aprì i primi campi di internamento già nel 1939 e dopo l’armistizio del 1940, il regime di Vichy vi concentrò sistematicamente ebrei stranieri e rifugiati, applicando inoltre respingimenti alla frontiera e consegnando “carichi” di ebrei su richiesta tedesca. Anche la Spagna mantenne una politica di chiusura per tutta la guerra, con passaggi concessi solo in casi eccezionali.
Sul mare, la situazione non fu diversa . Nel 1939, la nave St. Louis, con a bordo 937 ebrei in fuga dalla Germania, non ottenne il permesso di sbarco né a Cuba, né negli Stati Uniti, né in Canada e fu costretta a tornare in Europa. Nel 1940, il Pentcho, andato in avaria, si incagliò nel Mar Egeo, i passeggeri furono deportati. Sempre nel 1940, dei 123 superstiti del Salvador, affondato da una tempesta nel Mar di Marmara, 63 furono rispediti in Bulgaria. Gli altri 60, dopo mesi di stallo a Istanbul, nel marzo del 1941 si imbarcarono per raggiungere la Palestina ma furono intercettati dalla flotta britannica, che li deportò. Proprio ad Haifa, un mese prima, il tentativo di impedire agli inglesi di deportare con la forza i passeggeri della Patria, provocò numerose vittime. Episodi simili si ripeterono altrove: il Mediterraneo non offre vie sicure neppure quando la persecuzione è già in corso.
A questo si aggiunsero, come abbiamo sottolineato diverse volte, le restrizioni imposte dal Libro Bianco britannico sulla Palestina che eliminarono una delle pochissime destinazioni potenzialmente raggiungibili da chi fuggiva dalle persecuzioni.
Tra il 1938 e il 1944, dunque, l’Europa e le potenze occidentali non garantirono alcuna reale possibilità di espatrio per gli ebrei in fuga dallo sterminio. Le politiche di respingimento, via terra e via mare, non furono episodi isolati, ma parte di una strategia di lungo periodo, che restrinse progressivamente ogni possibilità di fuga.
Questa settimana, ricostruiremo nel dettaglio queste dinamiche, seguendo la cronologia dei respingimenti, le rotte interdette e le conseguenze di tali scelte sulle vite dei profughi ebrei.






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